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Terzo Millennio Anno VII Numero 2 - 2007 N53

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Indice
Terzo Millennio Anno VII Numero 2 - 2007 N53
La testimonianza
il riscatto dei bambini
Cosa resta dell'infanzia?
Un prete in politica per salvare il Paraguay
Lettera del Mullah Omar
La geopolitica fra i quattro giganti della terra
La "guerra fredda" prossima ventura
Economia di guerra
Per la sinistra una fondazione con la Effe maiuscola
Tutte le pagine


IN MANO AI MOSTRI
di Monica Centofante

LA TESTIMONIANZA
di Giorgio Bongiovanni

 IL RISCATTO DEI BAMBINI
di Chantal Hulin

 COSA RESTA DELL'INFANZIA?
di Nicoletta Bressan-Don Fortunato Di Noto

 UN PRETE IN POLITICA PER SALVARE IL PARAGUAY
Dopo 27 anni Fernando Lugo Mendez lascia la Chiesa Cattolica e si candida alle presidenziali. Il suo obiettivo? Restituire la dignità ai cittadini e garantire una giustizia uguale per tutti.
di Chantal Hulin, Omar Cristallo, Osmar Cantero

 LETTERA DEL MULLAH OMAR
di Marco Travaglio

 LA GEOPOLITICA FRA I QUATTRO GIGANTI DELLA TERRA
di Giulietto Chiesa

LA "GUERRA FREDDA" PROSSIMA VENTURA
di Giulietto Chiesa

ECONOMIA DI GUERRA
di Giulietto Chiesa

PER LA SINISTRA UNA FONDAZIONE CON LA EFFE MAIUSCOLA
di Giulietto Chiesa

 

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In mano ai mostri
di Monica Centofante

Roma. Sedici bambini di età compresa tra i 3 e i 4 anni narcotizzati e violentati a scuola dalle proprie insegnanti e da loro complici.
Sedici piccole vittime innocenti della barbarie e della depravazione, della violenza e della paura.
Un quadro agghiacciante che questa volta non appartiene ai paesi dimenticati del terzo mondo, ma alla nostra bella Italia e in una cittadina non lontano dalla capitale.
Un’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Elvira Tamburelli, racconta di terribili fatti che sarebbero accaduti nella scuola dell'infanzia di Rignano Flaminio. Dei sedici casi di abuso sono sei  quelli contestati nel provvedimento mentre per gli altri dieci sono ancora in corso gli accertamenti.
I referti della psicologa Marcella Battisti Franceschetti, riportati nel documento sono a dir poco allarmanti. Dicono che i piccoli “vivono ancora la fase acuta della disorganizzazione del pensiero e del vissuto emotivo, l'impossibilità di esprimere la sofferenza e lo sbalordimento” mentre “le conseguenze psicologiche sono grandi e lo saranno per lo stile di vita futuro e per la configurazione dei rapporti interpersonali. Il contesto – sono le conclusioni - ha azzerato i loro diritti di bambini”.
Su uno di loro la sofferenza “ha fortemente inciso sulle possibilità di sviluppo”, altri soffrono di “incubi, enuresi notturna, dolori gastrointestinali”. E se per un bimbo gli abusi “hanno bloccato la possibilità di esperienze infantili, hanno alterato il processo educativo di fiducia nell'adulto” un altro sembra “a serio rischio psichico”.
Davanti al gip e al pm Marco Mansi sono ora iniziati gli interrogatori di quella che già si preannuncia come una dura battaglia giudiziaria.
Gli imputati, infatti, si ribellano. Le maestre Marisa Pucci, Silvana Magalotti, Patrizia del Meglio, il marito Gianfranco Scancarello – autore dello Zecchino D'Oro – e il benzinaio cingalese Kelun Da Silva parlano di accuse senza riscontri e di <<psicosi collettiva>>.
Ad accusarli sono però i racconti di bimbi di 3 e 4 anni, che riportano le descrizioni delle abitazioni nelle quali venivano condotti durante quelle ore che avrebbero dovuto dedicare alle lezioni.
I <<giochi>>, è la voce di una bimba, <<si svolgevano a casa della maestra Patrizia, dove c'era una stanza piena di giocattoli>> e <<un letto grande, pieno di cuscini e con una coperta rossa>>. E ancora tuniche nere e bianche, catene di metallo, cerotti usati per far tacere le piccole vittime, siringhe, costumi teatrali da scoiattolo e da lupo. Patrizia Del Meglio <<ha pavimenti rosa e una cucina in legno>>, invece dalla <<maestra Marisa>>, c'erano <<un tavolo lungo e un letto>> mentre la cucina di Silvana Candida era <<rossa e nera>>. I bimbi parlano anche di un'altra casa, <<con i muri alti e molto distante dalla scuola, dove c'erano due cani neri>> e che non appartiene a nessuno degli arrestati.
All'interno di questa quarta abitazione, non ancora scoperta dagli inquirenti, erano presenti anche altre persone – a tutt'oggi sconosciute – e accadevano le cose più orrende. Le racconta ancora il gip nell'ordinanza di custodia cautelare.
I bambini, scrive il giudice Tamburelli venivano spogliati completamente e lasciati fuori, nudi e al freddo. “Poi li mettevano dentro secchi dell'immondizia e gli infilavano dei cappucci rossi con le corna; li facevano rientrare e si vestivano di nero e da diavolo. La maestra Patrizia tagliava qualche capello a tutti i bambini, che alcuni adulti mangiavano; poi li pungevano facendo uscire del sangue che veniva raccolto in un bicchiere rosso. La maestra Patrizia e gli altri adulti iniziavano a tagliarsi. Il sangue veniva raccolto nel bicchiere e bevuto prima dai bambini, poi dai 'grandi'”. In una occasione ancora, la Del Meglio “aveva incendiato un crocifisso e detto ai bambini che Gesù è cattivo e il diavolo buono”.
Tra le piste seguite ora dagli inquirenti quella dei conti correnti degli arrestati. Pare infatti che questi  “giochi” perversi venissero ripresi con le telecamere e le immagini utilizzate per la realizzazione di filmati pedopornografici da immettere nel mercato. Venduti a prezzi esorbitanti per finire, spesso, sui siti visitati dai pedofili.
Soldi quindi, soldi e piaceri diabolici in cambio della vita innocente di bambini, violentati, minacciati, terrorizzati, distrutti?
O solo menzogne – come sostengono imputati e avvocati - complotti tramati per chissà quale fine, comunque ignobili se prevendono l'uso strumentale di bambini?
La cittadina sgomenta si è divisa tra colpevolisti e innocentisti. Chi grida allo forca chi invece alla psicosi collettiva, seppur in buona fede.
E’ ancora presto per giungere a una conclusione, la giustizia deve fare il suo corso, ma se i processi confermassero l’ipotesi accusatoria dovremmo davvero tutti fermarci e chiederci, ancora una volta, che cosa è diventata questa nostra civiltà che attenta al suo futuro.
Secondo la Polizia di Stato il fenomeno della pedofilia sarebbe infatti in costante aumento mentre il Segretario Generale delle Nazioni Unite parla di “150 milioni di bambine e 73 milioni di bambini sotto i 18 anni di età sottoposti nel 2002 a rapporti sessuali forzati o ad altre forme di violenza che includono il contatto”. E cosa ancor più aberrante: le violenze sembrano essere dirette a bimbi sempre più piccoli, quando in casi limite, come quello dell'Olanda, si tenta addirittura di legalizzare il fenomeno con la creazione del “Partito dei Pedofili”.
Rignano Flaminio o no, è chiaro che ci troviamo di fronte a uno stato di emergenza del quale siamo obbligati a prendere seria consapevolezza, e a mantenerla viva, anche quando l'onda emotiva del singolo caso mediatico sarà passata e il problema rimarrà invariato in tutta la sua drammaticità.
Una seria riflessione e una presa di posizione decisa, rapida, senza esitazioni - come specifica la Dott.ssa Chantal Hulin, nostra collaboratrice, nella testimonianza che in queste pagine abbiamo riportato – è quindi più che mai necessaria.
Una dura presa di posizione di tutta la società civile e l'inasprimento delle pene previste per questi assassini della vita è il minimo che possiamo chiedere affinché venga fatta un po' di giustizia nell'attesa che gli orchi possano trovarsi un giorno di fronte alle proprie coscienze.
Una battaglia difficile e ardua perché come Don Di Noto e la Dottoressa Bressan ci spiegano nell’articolo qui pubblicato il fenomeno è di vaste proporzioni anche in Italia e spesso i pedofili sono personaggi potentissimi, insospettabili, intoccabili protetti non solo ad alti livelli, ma anche dall’incredulità della gente comune. Uomini e donne per bene che si rifiutano di pensare che possano esistere certi mostri. Che da certe verità, a ragione o torto, vogliono proteggere il loro senso del mondo. Se da una parte non sono da biasimare, dall’altra ci vuole anche il coraggio della realtà, cui ribellarsi, da aggredire, da cambiare.


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Ultim’ora


Apprendiamo, in fase di chiusura del giornale, che il Tribunale del riesame di Roma ha accolto il ricorso dei sei arrestati nell’inchiesta per i presunti casi di pedofilia a Rignano Flaminio disponendo l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Occorrerà ora attendere le motivazioni del Tribunale e quindi le prossime decisioni della procura di Tivoli per conoscere i  possibili sviluppi dell’inchiesta ancora in corso. 




La testimonianza
di Giorgio Bongiovanni

Vi prego di leggere attentamente, in queste pagine, la relazione di questa mia collaboratrice, la dottoressa Chantal Hulin impegnata nella lotta contro la mafia e la corruzione in Paraguay, Presidente dell’Associazione “Giustizia e Verità” e coordinatrice del dispensario medico che assiste centinaia di bambini che vivono sulle strade di Asuncion.Dopo aver letto la suddetta relazione meditate seriamente, deducete e determinate! I bambini sono la linfa vitale della vita, il nostro futuro, la nostra eternità, l’alito sublime e sacro della creazione, nella sua manifestazione più pura. E' stato detto nel Vangelo: “Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino e fosse gettato negli abissi del mare. guai al mondo per gli scandali… guai all’uomo per colpa del quale avviene lo scandalo…” ( Matteo, cap. 18 versetto 6, 8). Siamo felici di aver strappato questi bambini dalle mani di mostri, assassini. E' solo un piccolo risultato! Vorremmo salvare tutti i bambini del mondo, vorremmo liberarli dagli artigli di questi pedofili criminali, vorremmo tanto donare a tutti i pargoletti della vita sonni tranquilli e felici finalmente liberi di sognare e fantasticare sulle ali meravigliose della vita, vorremmo che non soffrissero più a causa delle nefaste opere e dei vizi depravati e degenerati di certi uomini. Io non ho potere materiale e fisico per fermare tutto questo, ma posso pregare e dare il mio piccolo contributo, per far si che vengano distrutti questi assassini e tutti coloro che causano sofferenze ai bambini.  

Giorgio Bongiovanni


 

Il riscatto dei bambini
di Chantal Hulin*

Nei giorni precedenti la Settimana Santa, indipendentemente da quanto avevamo già programmato per le attività della nostra associazione “Justicia y Verdad” (Giustizia e Verità), le nostre menti e i nostri cuori sono stati chiamati a rispondere ad una richiesta. Estremamente difficile e senza ritorno che proveniva dalla bocca di tre bambine di 10, 12 e 13 anni e da quella di un bambino di 12 anni di età. Tutti costretti a vivere in totale stato di abbandono e a dormire per strada,  in via Eusebio Ayala, nel pieno centro della città di Asuncion, capitale del Paraguay.
I quattro bambini ci hanno implorato in quei giorni di essere accolti nella nostra casa, rifiutandosi di tornare sulla strada e “fare”, dicevano, “quanto erano obbligati a fare”.
L’idea di costruire una casa di accoglienza per i più piccoli da realizzare fuori dal territorio di Asuncion rientrava già nei nostri progetti, anche se a lungo termine.
Al di là dei nostri piani, però, la richiesta di aiuto arrivava in quel momento e proprio in quella stessa città.
Adelaida, 12 anni, era obbligata da sua madre a ballare durante feste per pedofili che vengono organizzate in una casa privata sulla quale noi dell'associazione “Justicia y Verdad” stiamo già investigando.
Adelaida era costretta a praticare sesso orale per meno di 6 euro. Ricordi di cui la bambina, con le lacrime agli occhi, non riesce a parlare con precisione perché prima di iniziare “una signora con i capelli biondi” le faceva prendere una pasticca di colore bianco insieme a un bicchiere di alcool.Adelaida, seduta di fronte a me nel dispensario medico, in un pomeriggio afoso mi dice: <<Zia, per favore, portami a vivere con te, io non voglio più fare quello che la mamma mi costringe a fare, perché dopo vomito qualcosa di colore bianco>>. Piange soltanto. La abbraccio e le dico che troveremo una soluzione.
Belen, 10 anni, sorella di Adelaida, viene portata anche lei alla stessa festa per pedofili.
Ricorda che si tiene ogni sabato, ma non sa dove si trovi il posto. E ricorda soltanto adulti, uomini e donne, e una casa “troppo bella”, come lei stessa descrive, con automobili bellissime.
Belen mi dice: <<Zia, io non so ballare come Adelaida e allora mi fanno stare con altre bambine e ci chiedono di toccarci tra di noi>>.
Belen non ricorda molto, mi spiega che le fanno prendere una pastiglia di colore bianco e una bibita contenuta in una lattina gialla con impressa l'immagine di un cane nero.
Credo si tratti di “Dark Dog”, una bibita energizzante che mescolata a derivati dei benzodiazepinici come il clonazepan o altri, produce amnesia; ciò significa che una volta assunta si possono ricordare soltanto spazi di tempo, momenti o addirittura niente.Anche Belen mi chiede: <<Zia, voglio venire a casa tua con mia sorella, non voglio più andare con “quel signore”>>.
Nonostante la sua tenera età è più forte e decisa. Mi dice: <<...se tu non mi porti a casa tua, io non mi farò trovare dalla mamma, so già sopravvivere in strada da sola>>. Abbraccio Belen e le ripeto quanto già detto ad Adelaida: troveremo una soluzione.
Giselle 13 anni, fuggita da sua madre mi racconta invece che il suo patrigno la tocca.
Ha già le mestruazioni e piange perché crede di aspettare un bambino. A seguito di una visita medica ci rendiamo però conto che non c’è stata penetrazione, la bambina pensa si possa rimanere incinta soltanto se si viene toccati, la risolleviamo quindi dai suoi timori.Nessuna delle tre bimbe frequenta la scuola, solo Giselle sa appena leggere e scrivere, Adelaida e Belen non hanno alcuna preparazione.
Di fronte alla richiesta di questi bambini dobbiamo dare una risposta...
Rapida, effettiva, urgente, di aiuto...Una risposta che pensavamo di dare fra un anno, ma che ci viene richiesta all’improvviso.
Una risposta che non accetta tiepidezze, né sfumature. E’ il momento di determinarci...
Freddo o Caldo. Bianco o Nero. SI o NO alla loro vita.
Parliamo con un avvocato, niente meno che l’ex Ministro dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che conosce Giorgio (Giorgio Bongiovanni, direttore di ANTIMAFIADuemila ndr.) e il lavoro della nostra Associazione “Justicia y Verdad”. Si tratta della Dott.ssa Mercedes Buzzo, che in seguito alle sue tante denunce ha perso l’incarico di Ministro. A dimostrazione, ancora una volta, che la corruzione del Paraguay, ormai ai più alti livelli politici, vuol far tacere la verità.
Lei ci consiglia e ci indica i passi da seguire.
A casa però non abbiamo spazio, dove possiamo tenere i bambini?!Per caso, proprio nelle due settimane precedenti all'accaduto, nella stessa proprietà in cui viviamo si liberano due appartamenti con stanze ampie e bagni. L'agenzia immobiliare ci chiama a casa: c'è una persona interessata, dice, ma se desideriamo prenderli in affitto ci danno la  priorità.Lo prendiamo come un segno positivo. Contemporaneamente gli amici spagnoli dell'associazione “Manoj pro la Mondo” (Mani per il Mondo ndr.), ci chiamano per comunicarci di essere riusciti a trovare più di 10 adozioni a distanza per il Paraguay. Cosa che ci permette di avere anche le risorse economiche necessarie.
Martedì sera io, Graciela e Osmar ci riuniamo per prendere una decisione definitiva: creare una casa di accoglienza “governativa” (come ci ha spiegato la Dott.ssa Buzzo), che non serva soltanto per dare un posto letto ai bambini.Senza pensarci troppo ci determiniamo.E rispondiamo:
SI!!Si alla vita!!Sì a questi bambini che chiedevano l'opportunità di salvarsi!!
Sì ad una nuova sfida!!Presa la decisione parliamo con le madri delle bambine, temendo che non ci diano il consenso, dal momento che esse rappresentano per loro una fonte di guadagno.
Le madri invece accettano e si dichiarano pronte a firmare i necessari documenti legali. Otteniamo così la custodia delle bambine che, di fronte al giudice dei minori, sarà inizialmente a mio nome e successivamente a quello dell'associazione “Justicia y Verdad”.
Adelaida, Belen e Giselle sono già a casa.
Fino a ieri hanno dormito insieme a noi su materassi improvvisati nel salone. Oggi abbiamo comprato i letti, il guardaroba, tutto ciò di cui avevano bisogno. Non posseggono nulla e non vogliono portare in casa neppure i vestiti che avevano addosso.
Ci dicono che non desiderano conservare niente di ciò che possa ricordare loro il male vissuto, la cattiveria, la sporcizia.
Non ci resta ora che parlare con la madre di Nelson, il polacco, il primo a dirci di voler lasciare la strada. Lei si nega. Nelson ha 11 fratelli e lui è quello che le frutta più soldi al giorno. Ma non è detta l'ultima parola...
Finalmente l’Opera dell’Associazione Culturale “Justicia y Verdad”, che ha compiuto 2 anni il 18 aprile scorso, l'Opera di Giorgio Bongiovanni perché da lui fortemente sostenuta, non è più solamente sollievo e assistenza, ma diventa riscatto per i nostri bambini.
Oggi, la Nostra Opera ha portato via dalla strada e riscattato dalle grinfie dei pedofili assassini tre bambine.
Grazie Giorgio. Grazie Funima International. Grazie Raul Bagatello. E soprattutto:
Grazie Padre Santissimo e Madre Protettrice dei tuoi figli.Grazie a tutti coloro che ci sostengono spiritualmente e materialmente.Hasta la Victoria !! Amen!!
 *Presidente dell’Associazione Justicia y Verdad.
 


 Cosa resta dell’infanzia?
di Nicoletta Bressan - Don Fortunato Di Noto 1

Se si pensa all’infanzia è bello pensare al sorriso di chi, piccolo, si affaccia alla vita con le braccia aperte pronto a ricevere l’amore di chi lo circonda, senza temere nulla. Oggi, invece, l’infanzia è sempre più sinonimo di sangue: il sangue di centinaia di migliaia di bambini che periscono ogni giorno per mano della perversione, dell’egoismo, della cattiveria organizzata e cinica di adulti che, come trattori, non si fermano sui loro piccoli corpi. Corpi che non possono nulla, che non riescono a difendersi, manine piccole che coprono gli occhietti per non vedere, anche se il dolore sale da dentro come una lama di un coltello che prenderà, poi, le vesti di mille forme di dolore e disagio.
Oggi, la violenza sui bambini è una pericolosa costante che accomuna gli stati e le culture del mondo. Secondo l’ultimo Rapporto ONU  2006 almeno 54.000 minori sono stati uccisi nel 2002; 223.000 costretti a rapporti sessuali o comunque a contatti fisici forzati; 218 milioni di bambini sono lavoratori, di cui 126 milioni coinvolti in attività rischiose, 5.7 in lavori forzati o imposti per estinguere il debito contratto; 1.8 milioni sono vittime del giro della prostituzione e della pornografia; 1.2 risultano essere vittime del traffico di esseri umani; e tra i 100 e 140 milioni di ragazze hanno subito una mutilazione genitale.
Tale violenza, spesso, rimane nascosta e socialmente accettata; per molti bambini è una routine. Nella maggior parte delle volte è commessa da persone di cui i bambini si fidano e comprende la violenza fisica, psicologica, la discriminazione, l’abbandono e il maltrattamento. La grande differenza tra maschi e femmine è che, i primi, sono più a rischio di violenze fisiche rispetto alle seconde, le quali sono invece più soggette a violenze sessuali, abbandono ed induzione della prostituzione. Secondo uno studio mondiale elaborato dopo quattro anni di ricerche, infatti, è risultato che 150 milioni di bambine nel mondo, ossia circa il 14% della popolazione infantile del pianeta, sono vittime proprio di abusi sessuali, mentre i maschi sottoposti a tali brutalità sono circa 73  milioni.
E’ indubbiamente un olocausto silenzioso che si chiama prostituzione, pedofilia, pedopornografia, accattonaggio, adozioni illegali, lavoro forzato, matrimonio forzato, prelevamento di organi e arruolamento in gruppi armati. E’ una carneficina continua di vite umane che alimenta le sparizioni, le torture e la morte di piccoli in ogni dove; e, spesso, dietro di essa dimora una cruda verità: al mondo, centinaia di bambini sono orfani con genitori vivi. Da qui, il passo per venire risucchiati nei vortici più differenti, è breve.
In Italia, secondo i dati del DAC (Direzione anticrimine centrale della Polizia di Stato), nella prima metà del 2005 le segnalazioni di reati sessuali nei confronti dei minori sono state 410 (407 delle quali risolte). Sul totale di 410, 334 segnalazioni hanno riguardato violenze sessuali, 45 atti sessuali con minorenni, 17 violenze sessuali di gruppo e 14 di corruzione di minorenne. Le bambine sono le più colpite, sia italiane che straniere. Nel 77,4% dei casi sono loro le vittime degli abusi, fin da piccolissime, così sono loro ad essere maggiormente riprese in filmini e foto pedopornografiche. La fascia di età più colpita, sempre secondo i dati del DAC, è quella compresa tra gli 0 e i 10 anni. Su un totale di 471 vittime di abusi sessuali al di sotto dei 18 anni, 165 (il 35%) aveva da 0 a 10 anni, 164 (il 34,8%) tra gli 11 e i 14 anni, il resto (142) tra i 15 e i 17 anni.
Chi compie abuso sessuale nell’82,4% dei casi conosce la vittima. I dati ufficiali concordano nel dire che le violenze sessuali, che avvengono nell’ambito familiare (intra ed extra), vedono per un 30% dei casi identificarsi nei conoscenti, nei partner occasionali o nei conviventi non stabili il child sexual offender; e solo per un 19% circa, una percentuale comunque non irrilevante, le offese e i reati sono compiuti dal padre, dal nonno, dal cugino. Sono in aumento, infine, le violenze perpetrate da donne a danno di minori: la percentuale si aggira attorno al 4-7%.
Nel mondo di Internet, poi, è imprecisata la quantità di materiale pedopornografico online. In Italia, la Polizia Postale, negli ultimi sette anni, ha monitorato 247.938 siti web, di cui 154 solo nel nostro paese. Le persone finite in carcere sono state 166, 3.187 le perquisizioni, 3.483 i soggetti denunciati. Questi dati si aggiungono a quelli derivanti dall’attento monitoraggio e dagli studi sociali dell’associazione Meter di don Fortunato Di Noto in merito alla pedofilia online. In tal senso, l’associazione stima che circa 700.000 filmini pedoporno siano stati prodotti negli ultimi 12 anni. Un business in cui coinvolti sarebbero dai 2 ai 3 milioni di bambini, da pochi mesi fino a 12 anni. Secondo un attendibile studio di Max Taylor, esperto di pedopornografia e coordinatore del progetto “Copine” (UE), su 50.000 foto visionate l’età media delle vittime oscillava dai 4 agli 11 anni.
    L’associazione Meter, dal 1995, ha segnalato circa 162.000 siti pedofili e pedopornografici; solo dal 2003 al 2005, i siti sono stati 27.844. In particolare, nel solo 2005, i siti segnalati alle Polizie Europee ed Internazionali (FBI, Interpol, Polizia Spagnola, Portoghese, Australiana, Svizzera, Tedesca, Brasiliana, alla Gendarmeria Francese….) sono stati 5342 siti. Le nazioni dove essi erano allocati sono, per ordine di importanza: Usa, Russia, Brasile, Spagna, Australia, Francia, Polonia, Iran, Iraq, Giappone, Italia, Germania, Inghilterra, Repubblica Ceca, Romania, Nigeria, Israele. L’associazione Meter ha rilevato, poi, che i bambini coinvolti erano: per il 70% di razza bianca, per il 20% di provenienza asiatica ed africana, e per il 10% di origine araba e mediorientale; di cui, sempre, su un campione di 6780 foto, è emerso che per il 78% le vittime erano femmine e per il 22% maschi.
Dalle denunce dell’associazione Meter importanti inchieste nazionali ed internazionali hanno preso avvio, e proprio in nome della salvaguardia dei minori l’attività dell’associazione - che nasce nel Settembre 2002 ad Avola (SR) per volontà del suo fondatore, don Fortunato Di Noto - non si limita al monitoraggio della pedofilia online ma estende la sua azione ad ampio raggio. Il suo obiettivo è quello di prevenire le varie forme di abusi e maltrattamenti a cui i bambini possono essere sottoposti da parte di adulti o di altri minori, progettando interventi mirati di aiuto concreto alle vittime, del tutto gratuiti.
Grazie alla collaborazione di giovani psicologi, sociologi, criminologi, avvocati, educatori, l’associazione Meter ha aperto nella sede centrale di Avola il “Centro di primo ascolto alle vittime di abuso sessuale e disagio infantile”, al quale chiunque si può rivolgere, anche attraverso il numero verde 800 455270. Inoltre, l’associazione si dirama sul territorio grazie agli “Sportelli Meter”, diretti da equipe specializzate, il cui fine è quello di fornire supporto ogniqualvolta accade un abuso a danno di minori, ma non solo. Fino ad ora, sono operative 8 sedi in Sicilia (Ragusa, Modica, Pachino, Caniccatini Bagni, Gela, Piazza Armerina e Aci Castello), e altre si stanno aprendo nel resto d’Italia. Meter si avvale, poi, di una rete di contatti con professionisti operanti in Belgio, Romania, Portogallo, Nigeria e Filippine; e il suo apporto è richiesto da Istituzioni ed organismi europei e nazionali. Infine, attraverso il sito http://www.associazionemeter.it, chiunque può visionare il lavoro dei volontari, i servizi che vengono offerti, i progetti proposti, avendo la possibilità di segnalare la conoscenza di siti pedopornografici all’associazione, che dietro la verifica da parte di esperti di informatica, provvederà ad inoltrare la denuncia alle autorità competenti.
Per non dimenticare i bambini che, fino ad ora, sono scomparsi ed uccisi, dal 25 Aprile fino alla prima domenica di Maggio, Meter promuove da 11 anni la GIORNATA DELLA MEMORIA DEI BAMBINI VITTIME della violenza, dello sfruttamento e dell'indifferenza (GMBV). Per loro e in nome di loro, METER ha girato uno Spot per la Radio
http://www.jingle.it/giornata_bambini_vittime.mp3, ed uno per TV pubbliche e private http://www.jingle.it/gmb_internet.avi, che l’associazione invita a diffondere.
Le adesioni alla GMBV sono aperte a chiunque scrivendo a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , oppure telefonando al Numero Verde nazionale 800 455270. Fino ad ora alla GMBV hanno aderito, tra i tanti singoli ed associazioni in tutta Italia, anche la Camera dei Deputati, il Ministero delle Comunicazioni, la Caritas Italiana e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, la cui lettera viene riportata di seguito. 
Di fronte alle cifre elencate sopra, la Giornata della Memoria diventa un momento necessario per la società civile, perché essa possa riflettere su che cosa è rimasto dell’infanzia. Non c’è più tempo: a chi fa del male ai bambini è giunto il momento di dimostrare che, per ogni suo gesto, ce ne sono mille in difesa di un solo bambino.

(Roma, 20 Marzo 2007) "Caro don Fortunato, ho ricevuto la Sua lettera e desidero ringraziarla per l’impegno quotidiano con cui opera a favore dei più deboli. L’associazione Meter ha il prezioso merito di contribuire alla lotta contro la pedofilia e lo sfruttamento dei bambini promuovendone i diritti e favorendone la tutela, così come sancisce la nostra carta Costituzionale.
E’ necessario che i bambini siano al centro delle politiche sociali perché costituiscono il futuro del nostro paese. Tutelare i più deboli, i più indifesi è un dovere di tutti: le istituzioni, a tutti i livelli, l’associazionismo e l’intera società civile.
La giornata della memoria dei bambini vittime, quindi, oltre a richiamare l’attenzione sulle gravi, ripetute e diffuse violazioni dei principi giuridici e etici di tutela dei più piccoli offre un’utile occasione di riflessione comune.
Certo che continuerà a difendere con tenacia i “piccoli cittadini”, mi è gradito a Lei e a quanti ogni giorno lavorano al suo fianco il mio saluto augurale.

Cordialmente
Giorgio Napolitano"



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Duemila  bambini stranieri irrintracciabili!
Alla base vi è una perversa
strategia criminale


Napoli. Si sono perse le tracce di 2.000 bambini stranieri. C’è il forte sospetto che molti di loro siano finiti nel giro della pedofilia e dello sfruttamento sessuale. Lo denunciano Don Fortunato Di Noto, prete siciliano fondatore dell’associazione Meter contro la pedofilia e Mario Campanella, giornalista ed autore con Di Noto di un libro verità sulla pedofilia prossimamente in uscita dal titolo “Lettera ad un bambino molestato”.
I bimbi perduti sono soprattutto albanesi, serbomontenegrini e rumeni, <<giunti dai confini di terra del nord e di mare del sud – avvertono Di Noto e Campanella – insediatisi prevalentemente nella zona del Piemonte e della Campania come ‘perversa strategia’ di quei clan che li sfruttano giornalmente con la mendicità>>.
Dora Quaranta





Un prete in politica per salvare il Paraguay

Dopo 27 anni Fernando Lugo Mendez lascia la Chiesa Cattolica
e si candida alle presidenziali. Il suo obiettivo? Restituire
la dignità ai cittadini e garantire una giustizia uguale per tutti.
a cura di Chantal Hulin, Omar Cristaldo, Osmar Cantero

Sacerdote per 27 anni nella diocesi paraguaiana di San Pedro, oggi politico indipendente e candidato alla Presidenza della Repubblica del Paraguay. Don Fernando, ora solo Fernando Lugo Mendez ha lasciato la Chiesa Cattolica per “salvare il suo popolo”, intraprendendo l'unica via, come lui stesso afferma, che possa portare ad un reale cambiamento della drammatica situazione in cui versa il suo Paese: quella della politica.
Appoggiato dal fratello Pompeyo Lugo Mendez - che per sostenere la candidatura ha fondato il movimento sociale “Tekoyoya” - Fernando Lugo è in corsa contro il leader del potente Partido Colorado Nicanor Duarte Frutos.
Nell'intervista che segue gli abbiamo chiesto i reali motivi di questa sua coraggiosa scelta.

Cosa ha spinto Fernando Lugo a lasciare la Chiesa Cattolica per dedicarsi alla politica?
Fondamentalmente mi sono reso conto che dall'interno della Chiesa, in particolar modo nella diocesi di San Pedro -  dove ero anche membro della Pastoral Social Nacional – partono tante iniziative di rivendicazione sociale ed economica, che però, in un certo qual modo, appaiono insufficienti. Credo infatti che un cambiamento reale della situazione paraguaiana – che si esprime in quel desiderio di libertà avvertito dalla maggioranza della popolazione e che necessita di un coro unanime - possa avvenire solo per mano della politica. La buona volontà, la perfetta organizzazione, i successi già ottenuti sia da gruppi ecclesiastici che da organizzazioni sociali di respiro nazionale non bastano per il Paraguay che desideriamo: diverso, molto più serio e con una sicurezza sul piano giuridico. E' la politica l'unica in grado di generare un reale cambiamento.
Ch. Esiste una forza politica o un gruppo che fa tutto il possibile affinché la situazione in Paraguay rimanga invariata, sempre uguale dal periodo dello stronismo (dittatura di Alfredo Strossner n.d.r.) ?
Credo che esistano tali gruppi politici, forse minoritari. E' vero però che oggi assistiamo a un fenomeno interessante: un processo di concertazione che si manifesta  sia sul piano dei partiti tradizionali, che su quello dei gruppi sociali e delle fasce povere della popolazione. Ci troviamo quindi di fronte a tre livelli di concertazione, una cosa che, ne sono convinto, potrebbe offrire la garanzia per quel vero, autentico, genuino cambiamento di cui la gente ha bisogno e che sta chiedendo. Quella necessità di rinascita che ha spinto alla ricerca di una soluzione comune per uscire da situazioni “imbarazzanti”, dai problemi legati a questioni economiche e sociali interne al Paese e all'amministrazione della politica. E' uno scenario nuovo quello che si sta prospettando e che potrà garantire un futuro diverso.
Ch. Dottor Lugo, ma come si fa a cambiare la coscienza di un popolo stanco, che viene da anni di povertà intellettuale? Come si fa a fargli capire che occorre un cambiamento di tutte le parti in gioco?
Noi intendiamo iniziare – e sottolineo iniziare – insieme alla popolazione un processo di cambiamento reale del Paese. Insieme ai cittadini. Sono convinto, come dicevo, che per la gran parte della gente il cambio di mentalità sia già iniziato. La domanda a questo punto è: come facciamo ad affrontare il problema del  disincanto generalizzato, del malcontento di cui soffre oggi il Paraguay? Non esiste una sola classe sociale che dica di stare bene, eccezion fatta per la ristretta cerchia dei rappresentanti di governo che vive delle meraviglie che lei stessa ostenta. Credo che la grande battaglia sarà proprio questa: trovare il modo di “costruire” cittadini differenti tenendo presente che la maggior parte di loro vive questo disincanto, che ha i propri familiari all'estero, che è in cerca di lavoro.
Altra cosa da fare è depoliticizzare le istituzioni governative. Nel nostro percorso abbiamo constatato che nei dipartimenti di Cordillera, Caaguazu, Pilar e Misiones non si ha la possibilità di accedere a nessuna funzione pubblica, all'educazione o al diritto alla salute se non si è iscritti al partito di governo. I funzionari vengono scelti e nominati a questa unica condizione, cosa che impoverisce totalmente le istituzioni costrette a rinunciare agli uomini migliori. E tutto questo per non parlare della giustizia.
Ch. La politica delle prebende continua ad essere vigente nella sua massima espressione?
Esatto. Come fare per mettere fine a tutto questo? Io credo che il partito di governo si sia retto su due importanti pilastri. Uno è quello della politica delle prebende e l'altro è il potere che l'esercizio di tale politica garantisce. Favorire correligionari, parenti, amici, avere la forza di impiegare persone ti permette di influenzare i cittadini. Si gioca con le necessità della gente e con la mancanza di formazione e informazione. Questi ultimi due aspetti sono estremamente importanti, poiché la maniera migliore e più semplice per governare un Paese è mantenerlo nell'ignoranza e nella povertà.
Om. Come è possibile togliere il potere dalle mani di chi governa, considerando anche il fatto che grazie alla corruzione molte famiglie si sono arricchite, diventando multimilionarie?
Garantendo, in primo luogo, l'obiettività e la sovranità della giustizia. Se l'Ecuador, qualche mese fa, ha potuto eleggere i membri della Corte Suprema di Giustizia senza alcuna ingerenza della politica perché non può farlo il Paraguay? E' in questo senso che intendo il processo di cambiamento da fare insieme ai cittadini, che deve partire dall'atto di depoliticizzare le istituzioni governative di modo che queste siano al servizio della gente in egual misura, senza distinzioni.
Ch. Lei crede che il potere giudiziario sia in questo momento il nodo più grande da sciogliere in Paraguay?
E' uno degli aspetti più importanti per garantire la sicurezza giuridica, la giustizia e la fine dell'impunità. Io sono solito parlare di giustizia autonoma, indipendente, libera, sovrana affinché tutti i paraguaiani – come recita la Costituzione – possano essere uguali di fronte alla legge. Credo che questo sarà un grande passo, da fare insieme. Allo stato attuale delle cose i partiti politici dell'opposizione sono complici di aver formato un potere giudiziario con la partecipazione di membri che rispondono a loro stessi. E noi crediamo che questa giustizia non possa essere prigioniera del potere politico. Un potere politico che è a sua volta prigioniero del potere economico e il potere economico prigioniero della mafia che non ha volto.
Ch. Il Senato e la Camera dei Deputati del Paraguay sono composte in parte dalla mafia che non ha volto e in parte da quella che ha volto, nome e cognome. Fernando Lugo come intende affrontare questo gruppo mafioso?
Così come lei dice ci sono uomini mafiosi, ce ne è uno o più di uno in ogni Dipartimento. Tanto a Misiones quanto a Ñeembucu la paura della gente di partecipare alla vita pubblica nasce dal timore di possibili rappresaglie contro i propri familiari che lavorano all'interno delle istituzioni. Quelle dell'educazione, della giustizia, della salute che, per esempio a Ñeembucu, questi gruppi sono in grado di controllare poiché hanno “nelle mani” un uomo molto potente: Maciel Passoti, che fa veramente paura alla gente e la gente vuole vivere. Solo garantendo una giustizia imparziale potremmo quindi fare il primo passo. Non raggiungeremmo la soluzione di tutti i problemi, ma sarebbe un grande passo avanti.
Ch. Il popolo paraguaiano continua a vivere nella paura?
Sì. Il popolo paraguaiano è prigioniero della paura. La gente comune, umile continua ad avere paura di partecipare alla vita sociale, di dare la faccia per cambiare le cose, anche se credo che questo atteggiamento stia a poco a poco cambiando. Segnali positivi lasciano pensare che la paura si stia vincendo, proprio tra la gente comune, e questo da speranza.
Om. Nel corso di interviste che abbiamo già realizzato al dott. Nuñez - quando era Presidente della Corte Suprema di Giustizia – al giudice Barrios, al Commissario della Senad Rosas, abbiamo appreso che il Paraguay è un ponte, un canale per il traffico di stupefacenti e armi che vengono distribuite non solo all'interno del Paese, ma anche all'estero, per esempio in Europa. Cosa pensa lei al riguardo? I politici hanno una responsabilità nelle attività che queste famiglie di trafficanti svolgono sul territorio?
Io penso che questi gruppi stiano utilizzando le istituzioni pubbliche, come è accaduto di recente, in occasione della liberazione di sequestrati, soprattutto da parte dell'Ota. Come fanno i rapitori a uscire senza nessun problema dal Paese se veramente esiste il controllo di cui le istituzioni parlano? Certe cose non si possono portare avanti senza la complicità delle autorità preposte a mantenere la sicurezza e questo lo sa qualunque comune cittadino. Il problema è che se ne parla solo nei corridoi, a bassa voce. E' per questo che sostengo che un altro importante problema da affrontare sia quello fondamentale dell'informazione, che deve essere libera, massiva e trasparente. Il cittadino paraguaiano ha il diritto di conoscere nei dettagli quanto accade nel proprio Paese, perché il Paese gli appartiene. Ed è certo, lo ha chiaramente detto la gente del sud – sia a Misiones che a Ñeembucu – che la  mafia organizzata del nord – di Amambay, di Pedro Juan Caballero, di Capital Bado – si è semplicemente spostata al sud, verso Ñeembucu. Qui le vie clandestine per il passaggio di mercanzia illegale sono garantite dalla connivenza con le autorità locali.
Om. Grazie alla quantità di denaro in loro possesso queste famiglie, questi trafficanti possono in qualche modo influenzare la democrazia in Paraguay?
Io dico sempre che le prossime elezioni in Paraguay vedranno come protagonista il denaro sporco proveniente dal traffico di droga, dal contrabbando che compra la coscienza della gente. Come ho già detto vedo anche, però, che la debole coscienza della popolazione si sta pian piano fortificando, sta crescendo. Per questo credo e confido in coloro che desiderano veramente un Paraguay diverso e che avranno l'opportunità di chiederlo alle prossime elezioni.
Om. Qual è la sua opinione sugli Stati Uniti e sulla loro politica cosiddetta imperiale?
Credo che l'influenza esercitata in Paraguay dai paesi forti del Sudamerica e dagli Stati Uniti sia innegabile. Credo anche che il Paraguay debba recuperare la propria dignità come Paese e che debba aprire ad una politica estera più trasparente. Occorre decidere e pianificare con chi mantenere relazioni, da pari a pari, e rafforzare questo tipo di relazioni con trasparenza, non solamente in ambito commerciale ma anche culturale, sociale e politico.
Per quanto concerne il Sudamerica, come vede l'attuale situazione politica? Kishner, Lula, Bachelet, Evo Morales, Tabare Vàsquez e lo stesso Chàvez, condivide le loro scelte?
E' in atto un processo di integrazione tra i vari stati sudamericani e un processo di integrazione a livello locale. I processi locali, sia in Argentina che in Brasile, Venezuela, Bolivia sono differenti. Su questo piano va lasciata ampia libertà – come avviene in Cile - di stringere accordi bilaterali con chi si desidera o si decida. Lo stesso Brasile, per citare un esempio, ha bisogno di fare un grande lavoro interno al Paese per garantire la propria crescita sociale, democratica ed economica. Che, di conseguenza, si riflette su tutto il Sudamerica.
Per quanto concerne più strettamente l'aspetto dell'integrazione tra i vari stati è invece necessario che questo sia caratterizzato da un desiderio di rafforzamento e dal perseguimento di obiettivi comuni. Per esempio quelli dell'energia, del mercato comune, dell'ampliamento dei commerci.
Om. Tornando di nuovo in Paraguay, se lei dovesse diventare Presidente della Repubblica quali sarebbero i suoi principali obiettivi e quale politica prevede per aiutare i bambini, che in questo momento sono quelli che vivono maggiormente la sofferenza? Lo si evince anche da uno studio del Parlamento sulla salute e sulla sessualità violata, che pensa di tutto questo? Molti bambini stanno già morendo per cause che si potrebbero evitare se ci fosse la volontà politica, come pensa di salvaguardare la loro vita?

Ch. Lei conosce questo campo e ha una straordinaria esperienza al riguardo. Mi sento solo di dirle che nel XXI secolo un bambino non può morire di tetano o di parto perché la madre non ha la possibilità di comprare il necessario kit. Perché i kit per il parto non si regalano, si vendono negli ospedali e noi lo sappiamo dal momento che, come associazione, lo abbiamo acquistato. Riassumendo quindi: salute, educazione, solidarietà sociale, qual è il suo piano di azione?
La prima cosa da fare è garantire l'onestà, la trasparenza nell'amministrazione della cosa pubblica. E io credo che il lavoro in Paraguay – lo diciamo sempre ovunque andiamo – sia quello di provare ad avviare un processo di cambiamento della situazione in cui versano i bambini, perché è a loro e ai giovani che dobbiamo dare sicurezza, sono loro che devono crescere in un Paese diverso, del quale noi non abbiamo potuto godere. C'è una cosa molto interessante che diceva un signore della città di Pilar: <<Il nostro Paese sembra un grande vivaio, nel quale le piantine che vi crescono vengono poi trapiantate in altri luoghi, ma il problema è che il vivaio è contaminato>>. Con questo voglio dire che il mio primo impegno sarà proprio con i più fragili, con i più deboli, con i bambini e con i giovani, i primi ai quali occorre garantire la salute. E non è vero che non ci sono mezzi e possibilità. Emerge chiaramente dagli scandali che stanno affiorando dall'interno della Sanità pubblica che ci sono persone che hanno interesse a mantenere invariata la situazione. Per questo tentano in ogni modo di influenzare le coscienze della gente, costrette poi a sentire che i mezzi ci sono ma non vengono messi a disposizione dei loro naturali destinatari.
La cosa più importante da fare è quindi far sì che la Salute diventi “un'ossessione per tutti”. E' la popolazione che deve iniziare ad esercitare un vero e proprio controllo con la volontà di scoprire perché i kit per il parto non arrivano mai a destinazione, perché diventano oggetto di negoziazioni, perché questo continua ad accadere rimanendo sempre impunito. Come diceva lei  è scandaloso che una madre possa morire dando alla luce un bambino nel XXI secolo, ma per fare in modo che ciò non accada più occorre la collaborazione di tutti.
Om. Lei crede che questa forma di concertazione possa essere l'unico centro attorno al quale far girare le proposte? La salvaguardia della vita in tutti i suoi aspetti non potrebbe essere un ideale per unire tutti? Considerando anche il fatto che la vita sul nostro pianeta, secondo quanto dice la scienza, corre un serio pericolo per il grado di contaminazione raggiunto, per la deforestazione, per l'inquinamento dei fiumi etc.?
Questo la gente lo ha ben chiaro ed è necessario che al centro della politica ritorni la Persona, con tutto ciò che le gira intorno. E la Persona deve essere il bambino, l'adolescente, il povero, l'adulto, l'anziano. Penso che l'interesse della politica in Paraguay sia fuori fuoco, perché concentrato su un gruppo ristretto di individui che attraverso l'attività politica cerca soltanto un proprio tornaconto economico. Se veramente si mettesse in primo piano la vita, la vita di tutti i cittadini, si farebbe una grande rivoluzione che porterebbe ad un cambiamento reale nel nostro Paese.
Osm. Come pensa di fare per mettere la parola fine all'attuale politica di assistenzialismo che vige in Paraguay?
Io dico che occorre garantire al cittadino il recupero della propria dignità. Il nostro Paese ha perso la dignità, le nostre relazioni internazionali sono di dipendenza e non alla pari, sia con i nostri vicini di casa che con i potenti Stati Uniti. Dipendiamo dalle donazioni di Taiwan, dagli aiuti che riceviamo dall'estero e che nemmeno riescono ad arrivare ai destinatari. Occorre lavorare sulla coscienza del cittadino, sulla sua responsabilità nel recupero della dignità perduta, sottomessa, comprata. Bisogna creare un'agenda pubblica, analizzare come vive oggi il paraguaiano e non solo quando si avvicina la campagna elettorale, quando si compra e si vende la coscienza della gente per ottenere il voto.
Om. Diverse volte lei ha manifestato la necessità di affrontare la mafia. E' vero però che ogni qual volta si manifesti una intenzione di questo tipo, ogni qual volta si presentino persone come lei, che portano un “disequilibrio” nella società, nella politica, ecco che si verificano situazioni come i sequestri, le rapine a istituti finanziari, fenomeni che, secondo voci di popolo, rappresenterebbero il vero esercizio del potere. Cosa pensa di questa analisi?
Io continuo a pensare alla necessità di garantire la trasparenza. Per fare questo, però, dobbiamo avere un potere giudiziario non sottomesso al potere politico. Dobbiamo rompere il circolo vizioso giustizia - potere politico - potere economico – mafia. E' l'unica condizione per garantire una giustizia autonoma e indipendente.
Ch. Ringraziandola per il tempo che ci ha dedicato le poniamo, per terminare, due ultime domande. Una molto semplice: come giudica l'allontanamento dal suo partito dell'Ing. Castiglioni, vicepresidente della Repubblica del Paraguay, che ha manifestato il suo malcontento di fronte al governo in carica di Nicanor Duarte Frutos? E la sua decisione di presentarsi come candidato alle presidenziali del 2008?
Seconda domanda: ci può dire, facendosi un'autocritica, qual è la sua forza e quali sono le sue debolezze? Lei che ha lavorato per tanto tempo come sacerdote, come monsignore, che ha alle spalle tanti anni di esperienza spirituale, cosa le costerà maggiormente in questa battaglia, in questa sfida che si prospetta di fronte a lei e che è di così grande portata?

In quanto all'Ing. Castiglioni penso che ogni politico abbia propri legittimi diritti. Castiglioni può benissimo decidere di staccarsi da un gruppo di potere per intraprendere una propria strada ed è abbastanza normale che ciò avvenga all'interno del Partido Colorado. Distaccandosi, infatti, ha la possibilità di creare un proprio gruppo con la legittima aspirazione a detenere ed esercitare anch'egli il potere.
In quanto alle debolezze e alla forza di Fernando Lugo, rispondo che la forza è la mia credibilità di fronte alla gente. Io non ho compromessi con il passato e questo credo sia un grande punto a mio favore.
L'altra faccia della medaglia, quella della debolezza, potrei riassumerla invece in una domanda, un mio dilemma: come fare per aggregare le persone più capaci quando la politica è fatta di accordi, di valutazioni dei pro e dei contro? La vera debolezza di Fernando Lugo è non avere oggi una squadra politica determinata da una parte e l'assoluta necessità di giocare per vincere dall'altra. E' vero anche che ci sono persone valide che invece i cittadini rifiutano e questo è un altro problema, poiché tali persone potrebbero invece dare un contributo al processo di cambiamento di cui abbiamo parlato.



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La Biografia
Il coraggio di Fernando Lugo, in lotta contro la mafia e la corruzione del suo Paese


Di umili origini, Fernando Armindo Lugo Méndez nasce il 30 maggio del 1951 nella località di San Solano, distretto di San Pedro del Paranà, dipartimento paraguaiano di Itapùa. Sin dagli anni dell'infanzia la sua vita è condizionata dalla feroce dittatura di Alfredo Stroessner. E dalla storia dello zio, il musicista e sovversivo del Partido Colorado Epifanio Méndez Fleitas, esiliato a causa delle sue battaglie contro la dittatura e per questo divenuto “cattivo esempio” per i suoi genitori, che tenteranno in ogni modo di allontanare il figlio da qualsiasi interesse per la politica al fine di preservarne l'incolumità. Nel 1969 Lugo diventa così insegnante e l'anno successivo entra nel noviziato dei “Missionari del Verbo Divino” ottenendo il titolo di sacerdote il 15 agosto del 1977 con una laurea in Scienze Religiose. Dopo un'esperienza da missionario in Ecuador, a metà degli anni 80 si trasferisce a Roma per studiare Spiritualità e Sociologia, prendendo un secondo dottorato in Sociologia con specializzazione in Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Il 17 aprile del 1994 diventa vescovo e il 29 maggio successivo viene impiegato nella diocesi di San Pedro, una delle zone più povere del Paese, dove maggiormente sentito è il degrado sociale. Il 7 gennaio del 2005 lascia tale incarico e lo scorso 21 dicembre decide di rinunciare alla vita sacerdotale per impegnarsi in politica. Una scelta che sarà al centro di numerose polemiche provenienti dagli ambienti della politica stessa, dell'impreditoria e del Vaticano, il quale lo sospenderà “a divinis” dando il via ad un dibattito, ancora in corso, sulla legalità della sua decisione. Alla base dell'accesa polemica sembra esservi il fondato timore, da parte di molti, di una sua più che plausibile vittoria, tanto che gli ultimi sondaggi pubblicati dal quotidiano Asunceno Última Hora danno l'ex sacerdote per favorito con una percentuale pari al 37,3%, senza contare l'appoggio delle almeno cinquanta organizzazioni a carattere sociale che sostengono la sua candidatura. Tra cui il “Movimiento Tekojoja” (in guaranì: pari diritti) e “Paraguay Posible”, capitananto da suo fratello Pompeyo. Una condizione che di certo permetterebbe al neo-candidato di spodestare il Partido Colorado in carica da 60 anni in Paraguay. La campagna elettorale di Monsignor Lugo, come continuano a chiamarlo i suoi fedeli, iniziata nei primi mesi di quest'anno lo ha già portato ad organizzare piccoli meeting in località interne al paese. Dapprima a San Pedro, dove fu vescovo, poi a Chaco centrale nel dipartimento occidentale, quindi tra le comunità indigene al confine con la Bolivia, in alcuni quartieri di Asunciòn e nel dipartimento di Canendiyù. Circa tre mesi fa, secondo quanto da lui stesso dichiarato, Lugo avrebbe rinunciato a una donazione di un milione di dollari per il finanziamento della sua campagna elettorale offerti da un non meglio identificato impresario di Ciudad del Este (Lugo non ha voluto rivelare il suo nome), posta al confine tra Argentina, Brasile e Paraguay. Considerata zona di contrabbando, traffico di droga e armi oltre che, secondo gli Stati Uniti, roccaforte di terroristi islamici.
Nel corso dei tanti comizi l'ex sacerdote ha già chiarito, se verrà eletto, quale sarà la sua linea politica, incentrata principalmente su quattro punti fondamentali: la riforma agraria, la lotta contro la corruzione, la destituzione della mafia dalla sua posizione di potere, la necessità di recuperare la “sovranità sulle fonti energetiche”. Fernando Lugo, allontanato dall'edificio della “Congregazione del Verbo Divino” a seguito dell'ammonimento ricevuto dalla Santa Sede vive ora in una casa in affitto nel distretto di Lambarè, un sobborgo della capitale paraguaiana, in attesa che il governo, come promesso, rafforzi il sistema di protezione nei suoi confronti. Come da lui stesso confermato, infatti, l'ex vescovo votato alla politica avrebbe già ricevuto minacce di morte.
 

 




Lettera del Mullah Omar
di Marco Travaglio

Chi scrive è il mullah Omar. Ho 44 anni, 4 mogli, vari figli, sono di Kandahar, dunque non sono arabo: sono afghano. Nella mia vita ho fatto un po’ di tutto: il combattente, il politico, la guida spirituale, di nuovo il combattente. Ho conosciuto i più grandi eserciti del mondo: a 20 anni combattevo l’Armata rossa (ci ho rimesso letteralmente un occhio della testa), ora combatto gli Stati Uniti, gli inglesi e i loro alleati della Nato. Solo che, quando combattevo i sovietici, a voi occidentali piacevo tanto: le armi ce le passavate voi. Ora, comprensibilmente, non vi piaccio più. Eppure sono rimasto lo stesso.
Conosco Bin Laden dai tempi dell’invasione sovietica, quando anche lui vi piaceva parecchio. Ma non abbiamo niente in comune: lui è un arabo, un califfo saudita pieno di petrodollari. Ci aiutò contro l’Armata rossa e dopo ci diede un sacco di soldi per costruire strade, ponti, scuole e ospedali. Per questo era molto amato dagli afghani e quando entrai in Kabul, nel 1996, lo lasciai lì. Ma nel ‘98 fu accusato di aver ordito gli attentati alle ambasciate Usa in Kenya e in Tanzania, e la sua presenza in Afghanistan divenne un problema. Anche perchè Clinton cominciò a bombardare nel mucchio, nella zona di Khost, pensando che lui fosse lì: invece morirono centinaia di civili. Tra il mio governo e Clinton ci fu una trattativa: ma sì, risulta dai documenti del Dipartimento di Stato, anche gli americani trattavano con i talebani. Avevano il mio numero. Mandai il mio braccio destro Wakij Ahmed a Washington, a incontrare due volte Clinton: il 28 novembre e il 18 dicembre ‘98. Clinton voleva che ammazzassimo Bin Laden, o almeno lo espellessimo. Espellerlo non potevamo: era troppo popolare. Offrimmo di fornire le coordinate del suo nascondiglio, così che gli Usa potessero centrarlo a colpo sicuro. Purchè la smettessero di bombardarci. Clinton, inspiegabilmente, rifiutò.
Poi i nostri rapporti peggiorarono ancora, ma non certo per il burka alle donne o per le tv distrutte o per le statue del Buddha polverizzate: fu perché rifiutai di affidare la costruzione del mega gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan all’americana Unocal. Gli americani se la legarono al dito, anche perché nell’Unocal erano impicciati Dick Cheney, Condoleezza Rice e l’attuale presidente afghano Hamid Karzai. Ora fingete di scandalizzarvi tanto per l’oppio: ma nel ’98 e nel ’99 proposi più volte all’America e all’Onu di bloccare la coltivazione del papavero in cambio del nostro riconoscimento. Risposero picche. Nel 2000 bloccai unilateralmente la coltivazione del papavero, tra le proteste di centinaia di migliaia di contadini: ma il Corano vieta di produrre e consumare droga, e per me il Corano è una cosa seria. Risultato: il prezzo dell’oppio salì alle stelle. Un danno terribile per le grandi mafie del narcotraffico mondiale. Sarà un caso, ma meno di un anno dopo ci avete attaccati. Ora, nell’Afghanistan “liberato” e “democratico”, si produce più oppio di prima: produciamo l’87% dell’oppio mondiale.
Dopo l’11 settembre gli americani ci han chiesto di nuovo di consegnare Bin Laden. Abbiamo chiesto le prove del suo coinvolgimento. Non ce le han date. Noi non abbiamo dato Bin Laden. E ci hanno attaccati. Anche se non c’era un solo afghano nei commandos delle Torri gemelle, né un solo afghano è stato mai trovato nelle cellule di Al Qaeda: c’erano sauditi, egiziani, giordani, tunisini, algerini, marocchini, yemeniti. Non afghani nè iracheni. Eppure avete invaso proprio l’Iraq e l’Afghanistan. Avete mai pensato di bombardare la Sicilia per cinque anni per stanare Provenzano? Eppure quello era latitante da 43 anni, Bin Laden solo da un paio.
Noi non siamo un popolo di terroristi. Le prime autobombe sono esplose nel 2006, dopo 5 anni di occupazione. Un po’ perché questi 5 anni hanno sconvolto e imbarbarito le nostre tradizioni. Un po’ perché molti terroristi vengono da fuori. Un po’ perché coi russi, almeno, riuscivamo a fare la guerra: le loro truppe erano sul campo. Con gli americani è impossibile: li vediamo sfrecciare sui loro B52 a 10 mila metri d’altezza. Un anno fa un Predator americano, senza pilota né equipaggio, ha bombardato il piccolo villaggio pachistano di Domadola, al confine con l’Afghanistan, pensando che io e Al Zawahiri fossimo lì. Ha ucciso 18 civili, tra cui 8 donne e 5 bambini. Nessun americano, per il semplice motivo che gli americani non c’erano: il Predator era telecomandato da una base del Nevada, dove il pilota dirigeva le operazioni via satellite. E’ la “guerra asimmetrica”, che è a costo zero, almeno per voi. Non per il nostro popolo.
Badate, non voglio certo fare il santerellino. Io sono un guerriero feroce e fanatico. Ma leale. Finchè ho avuto il controllo della situazione, non abbiamo avuto sequestri di persona: una volta che una giornalista inglese penetrò nel nostro paese travestita da uomo, fu trattata bene e, accertato che non era una spia, rilasciata senza contropartite tre giorni dopo. Che mi dite invece dei vostri agenti che, nella libera Milano, han sequestrato un imam per mandarlo in Egitto e farlo torturare?
Dite che teniamo le nostre donne troppo coperte. Può darsi. Ma voi esagerate nell’altro senso: possibile che da voi una donna, per andare in tv, debba mettersi in costume da bagno, magari col crocifisso tra le tette? Non avete un posto più decente per mettere il figlio del vostro Dio?
E’ vero, non riconosco lo Stato laico e la separazione tra religione e politica. Ma proprio voi venite a dare lezioni? Mi risulta che anche da voi molti politici prendano ordini da capi religiosi, tra l’altro residenti in uno Stato straniero.
Ora vi devo salutare. Ma consentitemi di ringraziarvi per il servigio che, involontariamente, avete reso a me e ai taliban: nel 2001, quando ci avete cacciati da Kabul, stavamo sulle palle a gran parte degli afghani. Ora che gli afghani vi hanno conosciuti e han visto all’opera il cosiddetto presidente democratico Karzai, siamo diventati popolarissimi. Tant’è che io continuo a girare in bicicletta e in sidecar. Sulla mia testa c’è una taglia da 50 milioni di dollari, ma nessuno ha mai pensato di tradirmi per intascarla. Vi lascio con un pensiero di un vostro santo, che dovreste conoscere bene, Agostino da Ippona. E’ tratto dal De Civitate Dei: “Una volta fu portato al cospetto di Alessandro Magno un famoso pirata fatto prigioniero. Alessandro gli chiese: ‘Perchè infesti i mari con tanta audacia e libertà?’. Il pirata rispose: ‘Per lo stesso motivo per cui tu infesti la terra; ma poiché io lo faccio con un piccolo naviglio, sono chiamato pirata; poichè tu lo fai con una grande flotta sei chiamato imperatore’”. Meditate, infedeli, meditate.
Cordiali saluti, il Mullah Omar

Tratto da Annozero 12 aprile 2007 




La geopolitica fra i quattro giganti della terra
di Giulietto Chiesa

Se dessimo un'occhiata un po' più attenta a questo mondo sempre più ballerino sull'orlo del baratro, vedremmo che la situazione si può descrivere con la regola del “3 contro uno”. E, forse, potremmo ricavarne qualche suggerimento per l'immediato futuro, prima che la nuova guerra di turno cominci, verso il grande scontro dell'Occidente con la Cina.
Cos'è questa regola? I giganti del pianeta, al momento attuale, sono quattro (dico al momento attuale, perché le cose camminano in fretta, e presto i giganti diventeranno almeno cinque). L'accelerazione è simile all'andamento di un corso d'acqua, che accelera il suo movimento nelle vicinanze di un precipizio. Appunto.
I quattro giganti sono, lo sappiamo tutti, l'America, la Russia, la Cina, l'Europa.
Ma non molto diversi tra loro. Tre di loro sono armati, e li metto nell'ordine della loro potenza tecnologico-militare: America, Russia, Cina. Il quarto è l'Europa, che non ha armi strategiche (il fatto che ce le abbiano la Francia e la Gran Bretagna non influisce in modo sostanziale sul ragionamento, perché l'Europa, in quanto tale, non è armata strategicamente).
Tre contro uno. Non c'è alcun equilibrio possibile nelle attuali condizioni.
Guardiamo i quattro giganti dal punto di vista energetico. Di nuovo tre contro uno. Perché solo uno dei quattro giganti ha grandi riserve di energia sul proprio territorio e non ha nessun bisogno, al momento, di procurarsene altre, con il denaro o con la forza. Al contrario, le vende. E questo paese è la Russia. Gli altri tre, America, Cina, Europa, in maggiore o minore misura, non hanno rilevanti fonti energetiche proprie. Il che significa che devono procurarsele: o comprandole, o prendendosele con la forza. Sappiamo dove, per il momento.
Di nuovo non c'è alcun equilibrio in questa equazione.
Guardiamo infine i quattro giganti dal punto di vista finanziario. Tre sono paesi creditori (Cina, Russia, Europa), il quarto è un paese – gli Stati Uniti d'America - mostruosamente indebitato, specie con i primi due, che hanno fatto incetta di certificati di credito del tesoro americano e sono oggi in condizioni di ricattare l'America con una cospicua massa di centinaia di miliardi del suo eccesso di consumo. L'Europa, per ora, regge la borsa e aiuta l'America, ma non sarà per sempre.
Altro, inquietante, motivo di disequilibrio strategico. Ancora tre contro uno.
Il tutto, affinché non ce lo dimentichiamo, in presenza di due fattori completamente nuovi sulla scena mondiale: il primo è l'avvicinarsi del triplo picco delle energie diciamo così tradizionali: quello del petrolio, quello del gas, quello dell'uranio. Detto in termini semplici: con gli attuali ritmi di crescita, da qui al 2030 la domanda di idrocarburi sarà quasi raddoppiata e, tenuto conto che la Cina (con il suo miliardo e 300 milioni di persone) sta passando da un consumo annuale pro capite di una tonnellata di petrolio, a tre tonnellate annue, e che gli Stati Uniti intendono fermamente restare sui propri livelli di consumo (8 tonnellate annue pro capite), come l'Europa del resto (3 tonnellate pro capite), se ne deduce che, essendo le risorse in idrocarburi definite, e all'incirca calcolabili le capacità complessive di estrazione, si arriverà attorno a quella data a un serissimo problema di reperimento delle risorse energetiche tradizionali. Di carbone ce n'è un po' di più, ma la sua trasportabilità è problematica e, in ogni caso, quando diminuiranno petrolio e gas e tutti si getteranno con il carbone, il problema sarà ripetuto anche in quella direzione.
Ecco perché tutti (specie quelli che, dopo Cernobyl, l'avevano abbandonata) si vanno affrettando verso l'energia atomica. Russia, Cina, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, India, Pakistan, Brasile, Iran, Giappone, ecc. La Russia, per esempio, che pure ha grandi riserve di petrolio, gas e carbone, ha già avviato un programma di costruzione di 21 nuove centrali nucleari.
Ma l'atomo non ci salverà. Può solo fornirci un po' più di respiro. Con questi ritmi di sviluppo dell'energia atomica le risorse del combustibile si avvicineranno al picco, per poi decrescere, attorno alla metà del secolo, o poco oltre. Ma i costi materiali della “dismissione” delle centrali obsolete sono vertiginosi. E non si deve dimenticare che la nostra civiltà non ha ancora risolto il problema di dove mettere gli scarti radioattivi della produzione di energia atomica, che non sono riciclabili, e dureranno quanto tutte le prossime 5000 generazioni umane. Cioè non ci sono risposte sicure all'interrogativo se i nostri figli o nipoti potranno sopravvivere a un tale, multiplo rischio di inquinamento radioattivo della terra, dell'acqua e dell'aria.
E qui emerge l'altro immenso problema: questo sviluppo è ormai ecologicamente “insostenibile”. A questa conclusione sono giunti ormai tutti i più importanti centri di ricerca del mondo. Restano, a negare l'evidenza, i public relation men (inclusi i professori universitari a pagamento) delle grandi multinazionali, delle corporations che dirigono il mercato del consumo mondiale. Ma il termine “insostenibile” ha ormai fatto breccia perfino nei documenti ufficiali della Commissione Europea.
Dire che tutto ciò è insostenibile significa – scusate la tautologia , ma è il premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz a insistervi – che “non è possibile sostenerlo”. In altri termini significa che, se continuiamo a consumare tutto, energia e ogni tipo di risorse, ai ritmi attuali, noi altereremo irrimediabilmente i contorni dell'ambiente in cui viviamo. Cioè metteremo a repentaglio la esistenza di milioni, anzi miliardi, di persone. Come ha detto il generale Gareev, presidente dell'Accademia Militare Russa (illustrando recentemente i lineamenti della nuova dottrina militare russa), tra non molto “si porrà il problema della sopravvivenza per interi popoli e nazioni”. E, per quelli che hanno risorse energetiche nelle viscere dei propri territori, l'alternativa sarà “tra resistere (all'aggressione dall'esterno) o perire”.
Solo alla luce di queste considerazioni si può dare un'interpretazione complessiva e unificante a fatti in apparenza diversi. Ecco perché la Russia annuncia un drastico cambiamento nella dottrina della propria sicurezza nazionale. E, in questa ottica, il durissimo discorso che Vladimir Putin ha pronunciato a Monaco contro tutto l'Occidente (evidente errore, perché non tiene conto della regola del “tre contro uno”) trova una sua spiegazione. E' nella stessa ottica che l'agenzia Nuova Cina fa sapere al mondo intero che un suo missile spaziale ha colpito e distrutto sperimentalmente un satellite meteorologico in disuso: un balzo in avanti della tecnologia militare di Pechino. Ci si lancia avvertimenti sempre più espliciti, messe in guardia, minacce.
Ecco perché Bush manda la terza squadra navale all'imboccatura del Golfo Persico (due ci sono già), trasferisce i bombardieri B-52 negli aeroporti europei e turchi, distribuisce missili Patriot nei paesi del Golfo, progetta di installare missili di media gittata, antimissile, in Polonia, per fare fronte alla minaccia russa. L'attacco contro l'Iran, che avrà conseguenze devastanti su tutti gli equilibri mondiali (altro errore, questa volta americano, che non tiene conto della regola del “tre contro uno”), è in preparazione a ritmi accelerati.
I dementi che lo stanno preparando hanno in testa una sola idea: mettere le mani sui tesori nascosti nelle viscere del Medio Oriente, per prepararsi a fronteggiare i tempi in cui dovranno informare i loro cittadini che, per le note ragioni della deficienza energetica, bisognerà spegnere la luce e non usare l'ascensore dalle ore 17 a mezzanotte.
Per fortuna negli Stati Uniti non tutti sono dementi. Lo prova il fatto che Zbignew Brzezinski è andato alla Commissione Difesa del Senato degli Stati Uniti (il 2 febbraio 2007) per dichiarare, urbi et orbi, che qualcuno, ai vertici del suo paese, potrebbe spingersi fino al punto di organizzare un atto terroristico interno sul territorio americano, per darne immediatamente la colpa a Ahmadinejad e scatenare un'azione militare “difensiva” contro l'Iran. Brzezinski, che non è l'ultimo sprovveduto, ha detto di considerare questo uno “scenario plausibile”. E così veniamo a sapere da uno dei più sagaci organizzatori di provocazioni, che all'interno dell'élite politica americana vi sono, in posti chiave, dei terroristi (ovviamente niente affatto islamici), capaci di uccidere a migliaia i propri concittadini per avere un pretesto per attaccare un paese terzo (in questo caso pieno di petrolio).
Non so cosa ne pensi chi legge queste righe (che difficilmente è stato possibile leggere sui media europei, dato che nessuno le ha pubblicate), ma a chi scrive ricordano molto lo scenario dell'11 settembre. I piani di attacco, anche allora, erano già pronti sul tavolo di George Bush Junior, ma occorreva un pretesto per attaccare Kabul e poi Baghdad. Il pretesto arrivò proprio l'11 settembre. Chissà quale pretesto utilizzerà Bush per la prossima guerra contro l'Iran.





La “guerra fredda” prossima ventura
di Giulietto Chiesa

Qualcuno si ricorda ancora cos'erano i Pershing e i Cruise ? Era poco più di vent'anni fa, e i missili di crociera erano appena stati inventati, ma ancora non volavano. Poi hanno cominciato a volare e colpire, ma non dove erano stati progettati per colpire, cioè in Unione Sovietica, bensì in Irak, in Afghanistan e, prima ancora, in quella ch'era allora la Jugoslavia.
Adesso la faccenda ricomincia. Solo che le basi di partenza non stanno più in Germania, ma si sono spostate verso est, in Polonia, insieme ai confini dell'Occidente. E i radar che dovrebbero parare il colpo di un eventuale attacco di un eventuale nemico, e guidare la risposta, saranno piazzati in uno stato che allora non c'era e che ora si chiama Repubblica Ceca. E i missili che dovrebbero abbattere, prima che arrivino a destinazione, sarebbero - pensate un attimo alle dimensioni della bufala - provenienti dall'Iran e dalla Corea del Nord.
Quale destinazione? Non è ancora stato chiarito. Forse le capitali europee tutte insieme. Forse Washington e New York o addirittura Los Angeles. Ma davvero Ahmadinejad ha dei missili intercontinentali che possono fare il giro del mondo? E anche Kim Jong Il davvero li ha questi missili? C'è da dubitarne. Gli ultimi che ha sperimentato sono caduti dopo poche decine di chilometri. E Ahmadinejad non pare che stia più avanti.
Sappiamo quanto costerà l'intera operazione: circa 50 miliardi di dollari. Non male come spesa. Qualcuno ha calcolato che quei denari potrebbero risolvere i problemi dell'acqua per tutta l'Africa nel corso dei prossimi cinque anni.
Ma chi se ne frega dell'acqua che dovrebbero bere, e non bevono, i bambini africani? Importa la nostra sicurezza.
La nostra sicurezza? Nostra di chi? Degli europei, ci rispondono da Praga e da Varsavia. E aggiungono, con una certa enfasi: dovreste ringraziarci, ingrati. Gli europei, quelli di Bruxelles, interrogati, non ne sapevano niente. Barroso cade dalle nuvole. Javier Solana, uno che di queste cose dovrebbe sapere, essendo il capo della politica estera europea, ed essendo stato anche segretario generale della Nato, risponde, un pò stranito: "Questa non è faccenda europea". Infatti in sede europea, nessuno è mai stato consultato. Non ne ha parlato la Commissione, non è stato all'ordine del giorno del Consiglio dei Ministri dei 27 paesi.
Allora, incuriositi, ci siamo rivolti alla Nato, sempre a Bruxelles, ma risulta che nemmeno la Nato è stata messa al corrente. Così veniamo a sapere che, della nostra sicurezza, si stanno occupando a Washington. Forse non ce lo hanno detto perché non vogliono che ci inquietiamo troppo. Una misura per ridurre il consumo di tranquillanti a Parigi, Londra, Roma e Atene. Così, dopo avere ricostruito a fatica l'intero percorso di queste peregrinazioni benefiche a nostra insaputa, siamo venuti a sapere che gli Stati Uniti di George Bush, quello stesso che inventò le armi di distruzione di massa in Irak, hanno mandato i loro emissari in Polonia e a Praga e hanno convinto cechi e polacchi che non occorreva immischiare l'intera Europa, tanto meno la Nato, in una tale faccenda.
Ce la caviamo da soli, gli ha detto Dick Cheney. Voi non pagate niente, mettiamo tutto noi. Anzi voi ne ricaverete molti benefici economici. I gemelli Kacinski hanno immediatamente acconsentito, seguiti a ruota dal governo di destra della Repubblica Ceca, incuranti gli uni e l'altro di contribuire in tal modo a riorientare, ipso facto, i missili sovietici in una direzione verso la quale non erano puntati fino a ieri I quali ultimi, a differenza di quelli di Teheran e di Pyong Yang, esistono davvero e sono tremendamente vicini: un sospiro. Ma questo non lo diremo ai polacchi e ai cechi, per evitare loro di consumare troppi tranquillanti. A loro si dovrebbe semplicemente dire che, la prossima volta, sarà bene che ci pensino meglio prima di votare i gemelli Kacinski o partiti che mangiano pane e missili a colazione, guidati dal signor Mirek Topolanek..
L'Europa, in verità, non ha gradito molto. Il Parlamento Europeo, per esempio, ha votato una risoluzione in cui condanna l'installazione di missili sul territorio europeo, chiedendo, abbastanza seccato, di essere consultato prima di essere messo in mezzo ad avventure militari. La Nato, con un a-plomb considerevole, ha taciuto. Invidiabile fair play per un'alleanza militare il cui compito dovrebbe essere quello di proteggere i suoi membri, e che, invece, è impegnata in un conflitto molto lontano dai suoi confini, in Afghanistan, mentre viene tenuta fuori, ignorata, negletta, dai compiti di difesa che le spettano di diritto. Tutto molto inspiegabile addirittura stupefacente. E tale da sollevare molti e seri interrogativi sulle intenzioni dell'attuale Amministrazione americana.
A meno che i missili "ceco-polacchi" non siano affatto quello che ci viene adesso raccontato. Cioè a meno che quei missili siano messi in quei posti non per parare il colpo dei jocker "matti" Kim Jong Il e Ahmadinejad, ma per creare problemi tra l'Europa e la Russia e, in primo luogo, dentro l'Europa stessa. Insomma missili che sarebbero assai più simili a mine, piazzate al centro dell'Europa dell'est, per far saltare in aria ogni prospettiva di consolidamento dell'unità europea.
Così tutto torna. Dentro l'Europa infatti i problemi sono già esplosi. Anzi dentro la Germania, prima di tutto. Tanto da far saltare i nervi non solo a Gerhard Schroeder (il che è comprensibile) ma anche all'altro ex cancelliere tedesco "storico", colui che venticinque anni or sono, quando era al potere, fece installare gli euromissili sul territorio tedesco: Helmut Schmidt.
E trema la grande coalizione tedesca tutta intera, mentre la "Vecchia Europa" comincia a rendersi conto che il suo allargamento a est si sta trasformando in qualcosa che somiglia sempre di più a una rottura interna, che mette a repentaglio ogni filosofia comune. Altro che ripresa del processo costituzionale!
E come si avvia il dialogo con la Russia piena di petrolio e di gas - proprio adesso che ci siamo resi conto che ne avremo molto poco assai presto - mettendogli sotto il naso altri missili? E' come chiedere a Berlino di consegnarsi in ostaggio a Varsavia e, per interposta persona, a Washington. E lo stesso effetto lo si legge a Parigi. Roma tace, come al solito, ma le toccherà lo stesso destino.
E la Russia come reagisce? Vladimir Putin l'ha già mostrato nel suo discorso di Monaco. Una secchissima requisitoria che qualcuno ha interpretato come uno "scatto di nervi", una manifestazione di "irritazione". E forse è un pò vero che sarebbe stato tatticamente più giusto se Putin avesse fatto uno sforzo per distinguere amici da nemici, provocatori attivi da interlocutori potenziali. Non tutta l'Europa, infatti, è fatta di gemelli Kaczinski e di Mirek Topolanek. Ed è altrettanto evidente che l'Europa, presa nel suo insieme, non è mai stata così lontana da Washington e dall'attuale sua Amministrazione. Ma, fatti tutti i calcoli, non pare che Putin si sia lasciato andare a uno sfogo. Certi discorsi si preparano con largo anticipo. E Putin ha voluto mettere alla prova tutti, amici, mezzi amici e nemici, come può decidere di fare solo chi si sente molto forte. .
A Monaco di Baviera il presidente russo è andato per tirare le somme dopo una lunga serie di scaramucce, in cui diverse capitali del continente europeo sono state usate come fortini per sparacchiare sul Cremlino, e sui quali il Cremlino ha, a sua volta, sparacchiato a casaccio: Kiev, Minsk, Tbilisi, Tallin, Vilnius, Riga, Varsavia, Praga.
Adesso siamo al dunque - ha detto Putin ai suoi esterrefatti commensali in Bavaria - o la smettiamo di tirare colpi bassi, oppure preparatevi a una nuova guerra fredda.
Sullo sfondo c'è, naturalmente, l'Iran. E il paradosso (ma lo è solo per quelli che si erano illusi che la sconfitta di medio termine di Bush lo avrebbe indotto a più miti consigli) è che a Washington non c'è affatto un'anatra azzoppata che si avvia malinconicamente alla fine del suo mandato. Al contrario c'è un gruppo di persone che si appresta a giocare l'ultima partita con tutte le armi di cui dispone, metaforiche e reali.
Magari i missili in Polonia non ce li metteranno, ma non è importante che ci siano. Basta che servano a scompaginare l'Europa. Del resto anche i polacchi, difendendosi dalle accuse degli altri europei, ammettono che il programmino missilistico offerto loro dagli Stati Uniti non servirebbe a niente, meno che mai per fermare un attacco russo: uno scudo stellare crivellato di buchi. E, per quanto riguarda gl'inesistenti missili iraniani, al contrario, quei cinquanta miliardi di dollari sarebbero come varare una portaerei per fare fronte alla minaccia di una barchetta di pescatori.
Forse aveva ragione quel deputato tedesco che, qualche giorno fa, commentando l'intricata partita, diceva sconsolato, scuotendo la testa: "Vuoi vedere che tutta questa storia è solo l'effetto di una contrattazione privata tra i gemelli Kaczinski e la Hallyburton del vice-presidente Dick Cheney? Noi ci affanniamo a parare i colpi, cerchiamo di interpretare il loro significato politico, almanacchiamo complicate spiegazioni, mentre loro si sono messi d'accordo alle spalle di tutti per fare soldi". La torta è grande per chi fabbrica armi strategiche.






Economia di guerra

di Giulietto Chiesa

“I fattori ecologici ed energetici rappresenteranno, nei dieci o quindici anni a venire, la causa principale dei conflitti politici e militari. Alcuni stati cercheranno di prendere il controllo delle risorse energetiche – com'è avvenuto in Irak – e gli altri non avranno che da scegliere tra perire e resistere. Tenuto conto di questi aspetti la comunità mondiale si troverà, presto o tardi, di fronte alla necessità di limitare, in una certa misura, di regolamentare e di trasformare qualitativamente il volume e il carattere della produzione”.
Non c'è che dire: il generale Makhmut Gareev parla chiaro. Vladimir Putin ha affidato a lui, che presiede l'Accademia Militare russa, e agli alti comandi, il compito di elaborare una nuova dottrina della sicurezza nazionale. E quello che ne emerge è, a dir poco, inquietante. Non solo per le conseguenze che la Russia ne trae, ma per il fatto che i dati di partenza coincidono esattamente con quelli europei.
Se si legge il recente documento della Commissione Europea “Una politica energetica per l'Europa”, si scopre che le previsioni sono drammatiche sia sotto il profilo ambientale, sia sotto quello della disponibilità di energia. La sintesi à che “le attuali politiche energetiche non sono sostenibili”. Peggio: siamo dipendenti da idrocarburi per il 50% del fabbisogno, ma stanti così le cose nel 2030 lo saremo per il 65%. Tutto da importare. Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia la domanda mondiale di petrolio aumenterà del 41% da qui al 2030. E ”non si sa come questa domanda sarà soddisfatta”.
“Insostenibile” e “non si sa” come fare fronte. Coincide con le conclusioni del generale Gareev. Che parla come un alterglobalista di Porto Alegre: attenzione, dice, bisognerà “limitare”, “modificare volume e carattere della produzione”. Altrimenti si va in guerra. E non tra cento anni ma adesso, “nei prossimi dieci o quindici anni”.
“La questione della sopravvivenza di numerosi popoli potrebbe proporsi con forza. La lotta per le risorse raggiungerà il parossismo”, aggiunge Gareev. E dunque “non si potrà escludere la possibilità di uno scontro militare”, anche nella forma di una lotta di “tutti contro tutti” determinata “dall'immenso fossato che separa coloro che vivono un'esistenza dorata e tutti gli altri”.
Queste sono le ragioni che costringono la Russia a rifare tutti i conti. E' probabile, precisa Gareev, che le guerre del futuro useranno di regola armi convenzionali di grande precisione, “ma la minaccia del ricorso all'arma nucleare sarà permanente”. Per giunta la Russia d'oggi, si ammette, ha una “forza spaziale ridotta”, non è in grado di essere allertata dai satelliti, la sue capacità di risposta contro un attacco di sorpresa sono “problematiche”. Dunque non resta che aumentare il potenziale nucleare e differenziarlo. E, a quanto pare, passi avanti sostanziali sono già stati realizzati, anche senza scudo spaziale. E non è solo di armi, convenzionali e nucleari, che tratterà la nuova dottrina della sicurezza nazionale russa. “L'esperienza dello smembramento dell'Urss, della Jugoslavia, delle ‘rivoluzioni colorate' in Georgia, in Ucraina, in Kirghizia e in altre regioni del mondo – sottolinea il presidente dell'Accademia militare russa - è di fronte a noi per convincerci che le principali minacce vengono costruite non tanto con mezzi militari, quanto con mezzi indiretti”. Mosca avverte che “farà fronte” e non si lascerà più sorprendere.
Ovvio che il generale russo parla agli Stati Uniti (l'intervista è stata rilasciata alla agenzia Novosti, lo scorso 28 gennaio). A Washington, forse più a Nancy Pelosi che a George Bush, Gareev chiede di scegliere: ci volete “come un partner o come un avversario da neutralizzare”?
Domanda retorica, perché a Mosca hanno già concluso che, tra le due varianti, la seconda è più probabile. “L'analisi delle tendenze di sviluppo della situazione internazionale mostra che la politica seguita dagli Stati Uniti condurrà inevitabilmente allo scontro con una parte importante del mondo”.
La conclusione di tutto il ragionamento sembra, a prima vista sorprendente: “Sono riunite obiettivamente tutte le condizioni per un intervento della Russia in qualità di arbitro geopolitico”.
Mosca è ormai, e sarà sempre più, indispensabile come sorgente di energia convenzionale e atomica. Obiettivo quanto mai prezioso. Ma armato. Putin dice: non toccateci e vi aiuteremo a uscire dal cul di sacco in cui vi siete cacciati. Meglio averci come arbitro - con tutto ciò che questo comporterà, naturalmente – piuttosto che come nemico.

 




Per la sinistra una fondazione con la Effe maiuscola
di Giulietto Chiesa

La creazione del Partito democratico apre a sinistra una voragine politica. E'  un partito “altro da noi”. Ma “altro da noi” non sono i milioni di elettori che lo voteranno. Il problema sarà riconquistarli alla democrazia attiva, dare loro una diversa rappresentanza. Bisogna capire bene, prima di tutto, cosa e chi c'è in questa voragine a sinistra del Pd.
C'è, lì dentro, la grande maggioranza del popolo italiano, quello che il 25-26 giugno 2006 respinse lo stravolgimento della nostra Costituzione: una prova formidabile della saldezza della democrazia.
Chi altro c'è dentro la voragine? C'è oltre il 65% degli italiani, quelli che non hanno più fiducia negli attuali partiti: tutti i partiti.
Dentro la voragine ci sono anche tre milioni di persone che non sono mai passate attraverso nessun partito e che hanno molte giuste ragioni per diffidare della politica che i partiti attuali recitano in tv, inclusi quelli di sinistra. Molti di questi non si considerano di sinistra e diffidano anche di questa parola. Dunque, milioni non vogliono sentire parlare di “partito” e altri milioni diffidano della parola “sinistra”. Sono tutti contro di noi? Io credo di no. Essi sono in gran parte i nostri alleati potenziali.
Dentro questa voragine ci sono gli italiani che sono contro la guerra. Non solo i pacifisti attivi. Dentro questa voragine, senza rappresentanza, c'è la maggior parte della nostra gioventù, che non sa nulla dei partiti, della politica, di Craxi e del Muro di Berlino. Che è “fuori della politica”, lasciata senza ideali a pascolare nella prateria del Grande Fratello prima di essere munta con le ricariche telefoniche e con il lavoro precario, quando c'è.
In tutte queste componenti – spero non sfugga – c'è un sacco di gente che non sente come proprie né la crisi del comunismo né quella del socialismo, perché non sa cosa siano. Gente che vive male perché fatica a sbarcare il lunario. Male anche se ha un reddito accettabile, perché vive la precarietà dell'esistenza, non ha futuro, non sicurezza, non diritti. E vede l'immoralità pubblica dilagare. Dentro la voragine ci sono centinaia di migliaia di ex militanti di partiti della sinistra, che ne sono usciti perché non ne sopportano la degenerazione. Ma ci sono anche centinaia di migliaia di persone che, in questi ultimi decenni, sono giunte alla politica ciascuna per conto proprio, per mille vie diverse. E' il popolo di Genova 2001, dei tre milioni di Roma, di Vicenza, dei No-tav etc. Dentro questa voragine ci sono i militanti dei partiti della sinistra, in gran parte in grave disagio perché non si spiegano le contraddizioni in cui i loro vertici li hanno costretti a vivere.
Ma, dopo due decenni di assenza di ogni guida, di formazione politica organizzata; dopo tre decenni di tv e politica spettacolo; dopo l'introduzione del partito sempre più leggero, dopo tutti questi mutamenti, ciascuno di coloro che sono arrivati (o sono ritornati) alla politica lo ha fatto “per conto proprio”, con percorsi diversi. Parlando linguaggi diversi, ciascuno essendo il precipitato di esperienze  diversificate, atomizzate, spesso internettizzate. Il risultato è stato di un aumento di esperienze non comunicanti, o comunicanti solo in determinate circostanze eccezionali.
Le identità dei partiti piccoli e medi della sinistra non solo non rappresentano questa molteplicità, ma vi si contrappongono, soffocandola. E sono tutte in crisi.
Si può tentare di unificare tutto questo? Io credo che, parlare di un nuovo partito della sinistra, sia un errore, perché non si potrà fare. Ma credo sia possibile costruire una forma di coordinamento “forte”, un “patto d'azione comune”. C'è bisogno di qualcosa di simile a una maniglia, cui aggrapparsi tutti insieme, che sia visibile, che sia solida nelle sue linee portanti. Un punto di riferimento comune, che sia accettabile per tutti quelli che vogliono il cambiamento e percepiscono la gravità della crisi del paese. Un patto tra diversi che per ora non possono che restare diversi. E' stata l'assenza di una tale maniglia, l'assenza di ogni punti di riferimento comune, che ha impedito alla sinistra di contare. E che ha poi costretto molti a rifluire sull'esistente, anche se in molti casi turandosi il naso per mancanza di alternative. Condizione per giungere a un qualsiasi risultato positivo unitario sarà di impedire che qualche partito di sinistra cerchi di prenderne la guida. Si finirebbe per dividere invece che comporre. Nello stesso tempo si deve chiedere a nessuno di rinunciare alla propria storia. Si deve capire che non si ricaverà molto dalla pura sommatoria degli spezzoni dei partiti e partitini della sinistra uscente (uscente in tutti i sensi). Perché, in primo e fondamentale luogo, essi non costituiscono la maggioranza del popolo che abita la voragine e che cerca, ma non in loro, la maniglia necessaria per sostenersi. E dunque ogni tentativo di imporre egemonie burocratiche sfocerà in un fallimento, che sarà il fallimento di tutti.
Quindi nessuna esclusione preventiva, ma anche nessuna guida preventiva.
Noi non dobbiamo rifondare un bel niente, non possiamo fermarci alle dispute nominalistiche sui comunismi e sui socialismi: tutte ormai molto distanti dalla sensibilità e dagli interessi di milioni di donne e uomini. Noi dobbiamo fondare una nuova politica e una nuova moralità, una democrazia rappresentativa degna di questo nome. Ecco perché io penso che si dovrebbe dare vita rapidamente a una Fondazione attorno a cui far confluire tutte le forze. Una Fondazione, con la Effe maiuscola, da affidare a un gruppo di saggi di alto profilo scientifico, culturale, morale cui chiedere non di esercitare la direzione politica (che non può essere il loro compito), ma di gestire un'agenda di dibattito e di ricerca per arrivare a un programma comune.
Io credo che non ci sia tempo da perdere. Non è un partito quello che dobbiamo costruire, ma un movimento che abbia alcune caratteristiche di una nuova formazione politica, capace di contare le sue forze nel paese nella prima competizione elettorale a sistema proporzionale che si delinea da qui a due anni abbondanti: le europee del 2009. la Costituzione è la bandiera comune che già esiste. I contenuti generali sono quelli del popolo che riempie la voragine attuale.

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