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Palermo, 12 dicembre 1989

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  di Paolo Borsellino    

La nostra responsabilità di fronte alla mafia*
Ho ascoltato gli interventi di coloro che mi hanno preceduto e ho colto, così, non per polemizzare ma soltanto per puntualizzare ancora di più, certi aspetti del problema mafioso.
La mafia. Responsabilità di tutti noi. Il pubblico ministero, impersonato dall’ottimo amico dott. Paino, ha detto: noi abbiamo collaborato, col nostro silenzio. Da giudice dico che non sono completamente d’accordo con lui. Non si può accusare di collaborazionismo una cittadinanza che ha visto uccidere il titolare dell’albergo Costa Smeralda – mi pare che si chiamava Jannì – che aveva collaborato. Non si può accusare di collaborazione una cittadinanza che non ha alcuna protezione nel potere, una cittadinanza che è stata abbandonata dal potere, una cittadinanza che vede la mafia padrona quasi assoluta della vita, dei beni, degli interessi economici della società. In queste condizioni io assolverei per insufficienza di prove e non condannerei. In queste condizioni io direi che semmai si può parlare di paura. Paura che avvinghia. Paura che attanaglia. Paura che fa preferire i tre mesi di carcere per falsa testimonianza o per favoreggiamento, purché si continui a vivere, se vita può essere quella di coloro i quali sono costretti a subire giornalmente la violenza mafiosa.
Ebbene, la parola del cardinale Pappalardo, che ha avuto un’eco profonda nelle coscienze dei cattolici e dei non cattolici, che è stata fatta propria dalla più alta autorità spirituale del mondo, da questo papa che sentiamo tutti vicino a noi per questa grande umanità che caratterizza la sua personalità; bene, questa presa di posizione delle autorità ecclesiastiche è di conforto, perché servirà, forse, a dare quel coraggio che il potere costituito, che avrebbe il dovere di dare, non ha saputo dare. Non ha saputo dare. E si potrebbe dire – e qui divento pubblico ministero io – non ha voluto dare.
Quando io, quale relatore, partecipai, nel 1978, al convegno di Grottaferrata, un mio collega, il giudice Guarino, palermitano, ascoltando la mia relazione si soffermò, nel pormi una domanda, su una mia espressione, che è questa: “il potere ha un rapporto spregiudicato di do ut des con la mafia”. “E allora, mi ha detto Guarino, come può il potere, se ha questo rapporto, combattere la mafia?”. Un’osservazione intelligente e acuta che mi ha messo in imbarazzo nel dare la risposta. Se la mafia ha legami col potere, se a volte diventa potere, come può il potere combattere se stesso? Non lo può. E allora dobbiamo dire – e qui è un’altra puntualizzazione -: noi non possiamo parlare di responsabilità di tutti i partiti politici. Noi dobbiamo parlare di responsabilità di quei partiti politici che fino ad oggi hanno detenuto il potere. Non si può fare di tutte le erbe un fascio. Dobbiamo essere sereni e obiettivi nel formulare i nostri giudizi.
Le leggi che si fanno – ma io parlerei di leggi che non si fanno. Che leggi ci ha dato il potere dopo le conclusioni cui è pervenuta la Commissione antimafia? Nessuna legge. Ed allora: come non possiamo muovere questo gravissimo appunto al potere: ci avete dato leggi atte a combattere il fenomeno mafioso? Non ce le avete date. Non sappiamo le ragioni: questo non spetta a me giudice, non voglio ergermi a giudice del potere. Però questa constatazione  io la debbo fare. Noi abbiamo dei discorsi commemorativi. Abbiamo lapidi per i magistrati, i funzionari, gli ufficiali che cadono. Ma per la gente che non ha un ruolo ben definito, che rimane vittima della mafia – che poi vittima della mafia è tutta la società nella quale viviamo – che cosa c’è, che cosa c’è stato in passato? Niente. Il silenzio. I cento morti di Palermo, che sono più di cento: dobbiamo aggiungere ai morti ufficiali le lupare bianche. Dobbiamo aggiungere i ragazzi vittime della droga: e non sono questi ragazzi uccisi dalla mafia? Il moderatore mi ha tirato in ballo per la questione della droga.
Guardate, io dico questo: nessuno che abbia una sensibilità normale può esimersi, oggi, dal dare un contributo, quale esso sia, alla lotta contro la droga, che poi significa lotta alla mafia. Perché oggi il binomio è inscindibile: mafia – droga, droga – mafia. Come si può rimanere insensibili di fronte ai ragazzi morti a Palermo?
Quest’anno ne abbiamo avuto tredici. Tredici sono quelli che si sanno: e quei ragazzi che pietosamente vengono indicati come morti per epatite, morti per altre cause, ma che noi sappiamo tutti essere pure vittime della droga? E di questi ragazzi non ci sentiamo noi tutti responsabili? Ecco, a questo punto io devo dire: veramente mi sento responsabile di queste morti. Perché sono convinto – dobbiamo essere convinti – che nessuno di noi ha fatto quanto era in suo potere per combattere questa che è la più odiosa delle attività mafiose.
E di quei ragazzi tossicodipendenti?… Devo raccontare un episodio, e finisco.
Ho partecipato giorni fa a un convegno su Nietzsche.Il moderatore, un uomo estremamente colto ed intelligente, col senso dell’humor, forse quell’humor sottile inglese, pensando che in un convegno di tanta elevatezza culturale un giudice… ma che ci stava a fare un giudice? che può dire in un convegno di alti studiosi di filosofia!, annunciò il mio intervento dicendo che avrei parlato di droga. Lo ha detto quasi con… con ironia certamente. Allora io, lì per lì fui tentato – tanto più che l’uditorio era costituito da ragazzi, principalmente da giovani studenti – di parlare di droga. Poi invece ho preferito – il tema era “Morale, politica e cultura” – inserire l’argomento droga nel problema morale: il problema morale di cui oggi tanto si parla. E perché i politici fanno continuamente richiamo al problema morale? Qual è la ragione? Perché oggi il politico si caratterizza per la amoralità.  Quando non si affrontano questi gravi problemi della mafia, quando non si affronta con la dovuta energia il problema della lotta alla droga, allora non siamo noi soli, noi cittadini, responsabili – noi lo siamo per quella indifferenza che ha caratterizzato il nostro comportamento – ma il politico, che avrebbe avuto il dovere di fare e non ha fatto nulla. Ecco perché quasi un po’ il rimorso, il senso di colpa, il problema morale, che devono essere sentiti da tutti ma specialmente da coloro i quali noi mandiamo col voto al parlamento per darci le leggi. Le leggi che il politico non ci dà. Le leggi che il legislatore non ci dà. E allora le colpe su chi? Beh, sui giudici, sulla polizia, su chi è chiamato istituzionalmente ad applicare le leggi. Ma se non ce le danno, quali leggi dobbiamo applicare noi? Un codice di procedura penale, sul quale non esprimo giudizi, ma che potrebbe sortire effetti negativi anziché positivi, e che pure è da dieci anni in cantiere e non ci hanno ancora dato! Il garantismo. Certo, il giudice non può condannare se non c’è una legge. Ma le leggi ce le devono dare.
Un’ultima considerazione, prendendo un po’ di spunto da quello che ha detto il prof. Renda sul fascismo. Ma il fascismo non ha combattuto la mafia! Mi consenta professore. Io sono un attento osservatore, non sono uno storico. Però io devo dire che quando Mori affermò di avere debellato la mafia in Sicilia, ingannava per primo se stesso. Storicamente noi ora abbiamo saputo che il fascismo colpì la mafia, diciamo, piccola. Ma la grande mafia, quella che ha sempre imperato sotto tutti i governi e con tutti i regimi, aderì al fascismo, e non fu toccata, non fu mandata al confino di polizia: la grande mafia, quella che dopo l’ingresso degli americani diventò potere di nuovo, dopo quella breve parentesi. E dobbiamo dire che anche nel ventennio i mafiosi più astuti, più furbi e più intelligenti, con l’adesione al fascismo continuarono a comandare. E la frase “abbiamo distrutto la mafia”, era come quella “abbiamo sette milioni di baionette”. Anche quello fu un bluff.
E allora, signori miei, il rimedio. Ecco: la mobilitazione delle coscienze, la voce ammonitrice del cardinale e del papa. Questo convegno. Io trovo più efficaci queste prese di posizioni. Perché solo così, quando tutti noi saremo sensibilizzati, quando tutti noi uscendo da qui avremo detto o ci diremo: non è stata una riunione accademica, non abbiamo fatto “cultura”, da questo momento in poi noi ci sentiamo solidali con chi è caduto, noi  avvertiamo imperioso il bisogno di compiere il nostro dovere di cittadini: solo così si potrà dare un contributo per la lotta contro la mafia e contro la droga.
Tratto da:  Rocco Chinnici, L’illegalità protetta, La Zisa, Palermo, 1990.

* Testo dell’intervento svolto al dibattito sul tema “Cristiani e uomini di buona volontà di fronte alla mafia”, tenuto presso la Facoltà di Magistero di Palermo il 17 dicembre 1981, pubblicato in Segno, a. IX, Nuova Serie, n. 7-9 (41-42), Palermo luglio-settembre 1983, col titolo “Veramente mi sento responsabile…”.

Articolo pubblicato sul numero di ANTIMAFIAduemila dicembre 2002

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